Il Vino nelle arti figurative

Il Vino nelle arti figurative

905
SHARE

Il vino è arte… ma ne è anche l’ispiratore. Il pregiato nettare che gli antichi greci volevano come diretta emanazione degli Dei dell’Olimpo, ha segnato, con la sua presenza, numerose opere nel corso dei secoli, fino ai giorni nostri. Dalla letteratura alla pittura, dal cinema alla scultura, un bel calice di Rosso può destare la meraviglia e l’ispirazione dei più grandi autori di tutti i tempi. E dopo il nostro speciale dedicato agli intrecci fra vino e letteratura, stavolta vi portiamo nel mondo delle arti figurative, pittura e scultura su tutte. Perché alle meraviglie dell’occhio si uniscano quelle del gusto e dell’olfatto.

Michelangelo_1Iniziamo dal periodo forse più rappresentativo della storia artistica del nostro Belpaese: il Rinascimento. Un paesino della Toscana di nome Caprese, in provincia di Arezzo, dà i natali all’artista che meglio ne riassume le tensioni verso gli ideali estetici e morali: Michelangelo Buonarroti. Cosa c’entra il vino col grande autore della Cappella Sistina? Molto più di quanto si creda. Il vino intreccia sacro e profano nell’opera dell’artista toscano, è trasversale ai diversi generi (pittura e scultura) di cui il Buonarroti fu massimo esponente e traccia una sottile linea fra le diverse produzioni artistiche dell’epoca. È infatti noto come la maggior parte delle opere di Michelangelo fossero a tema religioso; non tanto per un particolare afflato mistico del Nostro, quanto per le esigenze della committenza, composta quasi sempre da Papi e Cardinali. Il soggetto religioso è predominante anche ne “L’ebbrezza di Noè”, affresco databile intorno al 1508 e facente parte del ciclo che decora, appunto, la volta della Cappella Sistina, commissionata all’epoca da Papa Giulio II

Nel primo blocco di affreschi troviamo questo Noè placido e dormiente, placato nella sua ebbrezza vinicola. I figli Cam, Sem e Iafet, posti alla nostra destra, ne indicano il corpo e si impegnano a coprire le sue nudità (pur nudi anch’essi nel dipinto). Il corpo di Noè, a differenza di quello atletico e scattante dei pargoli (in linea con i dettami Rinascimentali della perfezione del corpo ellenico) è flaccido e cadente, con un’evidente pancia che è frutto degli eccessi alcolici del patriarca. Contrasto reso ancora più evidente dall’immagine a sinistra, che ritrae un momento precedente all’ubriacatura, quello in cui Noè è impegnato ad arare i campi per coltivare la vite. L’affresco richiama, quindi, due diversi momenti della vita di chi costruirà poi la famosa Arca: la fatica e la “purificazione” del lavoro contro gli eccessi di un mancato controllo su se stessi. Sembra di assistere a una pubblicità progresso ante-litteram.

Michelangelo,_bacco_01Sacro e profano, si diceva. La linea che li congiunge ci porta a qualche anno prima, il 1496, quando a Michelangelo viene commissionata un’opera con soggetto “all’antica” dal Cardinale Raffaele Riario. Il “povero” prelato fu infatti oggetto di una truffa: appassionato di arte ellenica, gli era stata venduta una statua cosiddetta del “Cupido dormiente” e spacciata per un reperto dell’antichità classica. Peccato che l’autore di quel pregevole manufatto, secondo alcune fonti, fu proprio il Michelangelo da Caprese. Il Cardinale Riario, scoperta la truffa, convocò l’ignaro autore a Roma, non per punirlo (d’altronde non era egli colpevole di nulla), bensì per commissionargli una statua a soggetto “antico”. Nasce così il Bacco oggi conservato al Museo del Bargello di Firenze, un giovane Dio pieno della sua ebbrezza, che barcolla reggendo una coppa piena del suo stesso nettare. Dietro di lui un piccolo e furbo satiro, approfittando della scarsa lucidità del Dio, ne approfitta per assaggiare l’uva che egli regge nella mano sinistra. I canoni scultorei sono quelli propri Rinascimentali: tratto naturalistico, fluido e ben inserito nel contesto di fruizione. Michelangelo ci invita, infatti, a guardare la statua da tutti i lati (non solo frontalmente, come da “dogma” del Medioevo) per apprezzarne le volumetrie e le affinità spaziali. Anche la coppa, finemente scolpita, ci invita con la sua circolarità a “ispezionare” l’opera, tributo dell’autore all’arte antica… e al pregiato nettare che anche lui tanto amava.